D’Alema vs Flores D’Arcais

di , 20 Aprile 2011 17:36

E alla fine D’Alema non resiste – alla tentazione, a se stesso – e dà dello «stalinista» al professor Paolo Flores D’Arcais. Insulto, insulto tremendo per il direttore di Micromega che da ragazzetto, negli anni 60, fu espulso dalla Fgci di Claudio Petruccioli con l’accusa di frazionismo trozkista.
Finisce così, cioè non bene, quello che doveva essere il «girotondo della pace» fra i due non amici di sempre, chiamati a discutere di come «liberare l’Italia», punto di vista dei partiti e dei movimenti, moderati dal direttore dell’Espresso Bruno Manfellotto. E dire che sembrava iniziato bene, buttandosi finalmente alle spalle i tempi delle accuse incrociate, inciucismo contro velleitarismo e via scendendo. Duecento persone non proprio giovanissime in una discoteca romana, «ceto medio riflessivo, di una certa età, come me», scherza il presidente del Copasir. E così, per essere gentile col filosofo, aveva iniziato attaccando la proposta di Asor Rosa (il «golpe istituzionale», per capirsi) e professandosi certo che per sconfiggere Berlusconi oggi «è sufficiente andare alle elezioni, il 60 per cento degli italiani vuole liberarsi di lui». Basta «un’ampia coalizione con un programma da dopoguerra di ricostruzione delle regole». Qui già Flores s’incupisce, sente odor di spirito bicamerale. Ribatte che per vincere «ci vogliono le liste dei senza-partito». D’Alema fa il dalemiano: sta già oltre l’orizzonte della vittoria, il vero problema è la «responsabilità e la disciplina» della coalizione perché «c’è una gran parte della sinistra che non è educata a governare». E già che c’è dà una botta alle primarie. Lui «non è contrario», ma «dovrebbero essere accettate da tutta la coalizione». Vuoi imbarcare il centro? Niente primarie.
«È preoccupante che si parli del dopo-Berlusconi come fatto ovvio. Lui è al suo posto, e oggi viviamo un clima di un golpe permanente e se vincerà le elezioni questi discorsi saranno letti come tragica inconsapevolezza». Inconsapevole a quel D’Alema che crede di saperla più lunga di tutti? Poi parte l’ arringa contro l’opposizione parlamentare (non dice «cretinismo» ma si vede che vorrebbe) che non fa «campagna di lotta e propaganda» sulle leggi ad personam, «che di fronte alla prescrizione breve non ha una proposta. Come: aboliamo la prescrizione, dopo il rinvio a giudizio». O che «non attacca in tutta Italia la foto di Berlusconi che bacia le mani a Gheddafi» (l’esempio è malizioso, D’Alema è stato fra gli amici di Gheddafi, fino a un certo punto). Per D’Arcais il peccato originale dell’opposizione non è neanche più di non aver risolto il conflitto di interesse. No, prima: «Non aver utilizzato una legge del ’57 che stabiliva che chi ha una tv in concessione non è eleggibile».
D’Alema prova a canzonarlo, «quando Flores farà la sua lista civica, o il suo partito, farà i suoi manifesti salvifici». A D’Alema la storia che è tutta colpa dell’opposizione sembra un meccanismo «psicologico» rassicurante. E invece il berlusconismo «è un fenomeno politico-culturale che nasce nella crisi dei partiti e ha radici profonde in una parte della società italiana: si esce attraverso una complessa battaglia culturale e costruendo prospettive che recuperino quelli che si sono riconosciuti in lui». Per convincere che una legge qualsiasi non sarebbe bastata (che so, una qualsiasi norma sul conflitto d’interesse) D’Alema svela un retroscena che gli è stato raccontato – dice – dagli stessi berlusconiani: se la sinistra avesse provato a fare una legge per l’ineleggibilità, «lui aveva un piano: affidare le aziende a un famiglio, strillare all’esproprio comunista. Avrebbe vinto con il doppio dei voti». Non è che sia andata molto diversamente. Comunque l’episodio riecheggia le parole di Luciano Violante in quel famoso discorso alla Camera del 28 febbraio 2002, quello sulle «garanzie sulle tv» fornite a Berlusconi fin dal 1994.
E finché non si chiarirà cos’è successo in quel momento, a tutti non resta che il girotondo di sempre. Lo scambio di accuse fra elitarismo (D’Alema: «Se si votasse solo nelle grandi città la sinistra vincerebbe») e inciucismo (Flores: «La Bicamerale fu un’occasione di salvezza per un premier ormai finito»). La conclusione è un disco incantato, che non finisce mai, partiti e movimenti ancora marciano divisi e non colpiscono uniti. Nonostante tutto, il paese sul baratro, il Caimano, il bunga bunga, le Minetti e tutto il granguignol del Cavaliere.
di Daniela Preziosi
OPPOSIZIONI
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Incontro-scontro con Flores

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