Droghe. Tolleranza 0,001
In relazione all’articolo a firma di Susanna Ronconi (riportato in fondo al post, ndr), ancora una volta si leggono cose che impostano scorrettamente il problema dell’uso di droghe per chi svolge mansioni a rischio, ma soprattutto non tengono conto di quanto la ricerca nel campo delle neuroscienze ha dimostrato in relazione alla compromissione delle funzioni cognitive superiori, quelle che utilizziamo anche per svolgere le mansioni a rischio, anche dopo mesi dalla sospensione dell’uso di sostanze.
Il fatto quindi di voler rilevare, come riportato nell’articolo, solo l’immediata assunzione di droghe (e cioè durante o subito prima dello svolgimento delle mansioni) e addirittura se questa assunzione abbia dato alterazioni, risulta totalmente errato al fine di assicurare, con criterio prudenziale e veramente preventivo basato sulle evidenze scientifiche e non sulle opinioni estive, che quella persona non svolga azioni potenzialmente lesive della salute ed incolumità altrui e propria, in conseguenza all’uso di sostanze.
Bisogna ricordare, anche ai non addetti ai lavori, che le sostanze stupefacenti non alterano il metabolismo del nostro cervello e, quindi le sue funzioni solo per il tempo in cui che esse restano nel nostro organismo (come erroneamente ritenuto damolti) ma operano e fissano disfunzioni neuropsichiche che persistono anche dopo il loro catabolismo ed espulsione. Le alterazioni neuropsichiche e metaboliche cerebrali non sono strettamente legate solo alla farmacocinetica della sostanza. Basterebbe avere l’umiltà e il buon senso di leggere un po’ di letteratura scientifica sull’argomento.
Che siano poi sindacalisti e sociologi a portare avanti tesi che contestano anche le basilari scoperte delle neuroscienze in materia, ci sorprende ancora di più. Ad ognuno il proprio mestiere quindi e tentiamo di non trasformarci in tuttologi. Il concetto ruspante che lo “smaltimento” delle sostanze dal nostro sangue voglia significare che con i lorometaboliti se ne vanno anche gli effetti neuropsichici e le compromissioni cognitive correlate è profondamente errato e frutto di incompetenza in materia, che auspicabile venga rivisto. L’uso di sostanze può portare ad alterazione del normale metabolismo del lobo prefrontale, sede del controllo volontario dei comportamenti, delle funzioni cognitive superiori, della personalità, in altre parole di tutto ciò che ci distingue fondamentalmente dagli animali e che ci permette di stimare correttamente il pericolo. Non è accettabile le teoria sostenuta implicitamente che una persona tutti i fine settimana nella sua vita “privata” assuma sostanze e durante gli altri giorni (nella sua vita “pubblica”) guidi allegramente un autobus o un treno omanovri gas tossici o sostanze radioattive, perché comunque le sue funzioni cognitive superiori, prima di tutto l’attenzione, la concentrazione e i riflessi, saranno compromessi e non permetteranno lo svolgimento di tali compiti in totale sicurezza. Detto questo, credo sia venuto il momento anche di chiarire che né la costituzione né la legislazione italiane sanciscono come diritto individuale e inviolabile quello di drogarsi. La libertà di determinare i propri comportamenti esiste, compresa quella di assumere sostanze, ma contemporaneamente esiste anche la necessità prioritaria di non far pagare agli altri le proprie scelte personali. Proprio per questo esiste anche una legislazione che afferma che l’uso di sostanze è illegale e sanzionabile amministrativamente (non penalmente), proprio per i danni sociali ed individuali che questo comporta, anche per la salute. Vale solo la pena di ricordare i recenti decessi della strada vittime di persone sotto l’effetto di sostanze e di alcol. Vietare l’uso di sostanze stupefacenti, anche fuori dall’ambiente di lavoro a chi svolge mansioni a rischio per terzi, è atto dovuto e di profonda civiltà che in ogni paese europeo trova applicazione da anni, senza che nessuno si erga a paladino di un diritto inesistente e a svantaggio di terze persone. Quanto alla distinzione tra uso sporadico e dipendenza, ancora una volta siamo di fronte ad un approccio non condivisibile perché privilegia la possibilità che qualcuno possa usare saltuariamente sostanze stupefacenti per il suo divertimento, a scapito della sicurezza di terzi. Chi si occupa di salute pubblica veramente e tutti i giorni, non solo come opinionista,ma da medico responsabile, lo sa molto bene. Non è un caso infatti che tutte le società scientifiche in materia abbiano condiviso l’impostazione assunta nel nostro Paese.
Giovanni Serpelloni
Capo Dipartimento politiche antidroga
L’articolo di Susanna Ronconi del Forum droghe:
Conviene non far passare sotto silenzio la polemica aperta dal sottosegretario Giovanardi contro Giuseppe Bortone, della Cgil nazionale, e contro Forum Droghe, attorno al test antidroga sui lavoratori di alcune categorie (articoli su «il manifesto» del 21 e 27 luglio 2010). Perché è questione di civiltà, perché tocca molti lavoratori, molti di noi e perché riguarda la sicurezza di tutti. Bortone, commentando i dati relativi agli esiti dei test presentati dal Dipartimento governativo antidroga nella Relazione annuale al Parlamento, riproponeva una questione – tante volte sollevata negli anni addietro, anche con il centrosinistra, che sintetizzo così: i test, per essere utili a prevenire danni correlati allo stato di alterazione dei lavoratori durante lo svolgimento delle loro mansioni, devono verificare a) che davvero il lavoratore abbia assunto la sostanza subito prima o durante il lavoro, e pertanto b) che sia in uno stato di alterazione tale da compromettere funzionalità, capacità e attenzione ed esporre al rischio la sicurezza altrui e propria. In assenza di questa doppia verifica – alterazione al momento e disfunzionalità correlata – i test non solo non tutelano pragmaticamente nessuno, ma finiscono con il punire non un comportamento irresponsabile bensì uno stile di vita del lavoratore. E i dati governativi danno ragione in modo inequivocabile a questa osservazione critica, quando dicono che il 64% di chi è risultato positivo (l’1,2% dei testati) lo è alla cannabis, una sostanza i cui metaboliti sono rintracciabili nell’organismo anche 30 giorni e più dopo l’assunzione. Dunque, con le attuali metodiche di accertamento, si impone un cambiamento di mansione – con possibile perdita di reddito e ruolo, e stigma sociale annessi – a lavoratori che possono aver assunto cannabis il sabato sera, averla «smaltita» dopo poche ore, ed essere al lavoro il lunedì mattina in piena responsabilità. Facendo il parallelo con una droga legale, è come se un lavoratore brindasse a prosecco per il battesimo del figlio il sabato e andasse al lavoro il lunedì. Per capirci, stando sull’esempio: l’attuale normativa non richiede lucidità sul lavoro, impone di essere astemi. E non è la stessa cosa.
Giovanardi dice tre cose: siamo ideologici, parliamo contro le evidenze scientifiche e siamo irresponsabili, non ci curiamo della sicurezza altrui (che è anche la nostra). Ideologici? Ormai, nell’orgia ideologica – quella sì – della tolleranza zero curarsi di alcuni diritti di base, come quello del rispetto della sfera privata, del lavoro o anche «solo» dell’essere penalizzati per condotte effettivamente e non ipoteticamente messe in atto, appare gesto sovversivo, «aberrante assioma», per dirla con Giovanardi. Lo scontro è tra la mitezza di chi invoca un minimo rispetto del diritto e l’arroganza di chi impone etiche di stato e addita nemici pubblici. Evidenze scientifiche? I critici più radicali appartengono al mondo di chi studia e opera nel settore, perché a loro è noto come un’assunzione sporadica non sia una dipendenza, un test rivela l’assunzione ma non il suo momento, un’assunzione di sostanze diverse da parte di persone diverse in momenti diversi ha bisogno, per essere valutata nei suoi effetti, di qualcosa di più di un metabolita. Le reiterate affermazioni governative, anche in testi ufficiali, della totale equiparazione tra consumo sporadico e/o controllato e dipendenza, gridano vendetta alla scienza, al buon senso, all’esperienza. Siamo irresponsabili? Noi, che ci occupiamo di salute pubblica, affermiamo che la strategia repressiva e punitiva è la meno efficace per prevenire qualsiasi danno, sanitario o sociale, e che il fallimento di decenni di «war on drug» è, quello sì, «evidente». Si previene in alleanza e non contro i lavoratori (e i consumatori), perché come ogni operatore sa, la consapevolezza e l’attivazione in prima persona dei soggetti coinvolti è il solo strumento efficace che abbiamo. Per farlo – controlli inclusi, laddove opportuno – vanno rispettati davvero criteri di scientificità e insieme un giusto (e costituzionale) bilanciamento tra sicurezza e diritti individuali. Siamo molto lontani, oggi, da tutto questo.






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